amo la scrittura, amo le Donne, amo la scrittura delle Donne

Amo la scrittura, amo la poesia, affascinato dal mondo della donna, affascinato dalle donne che scrivono, amo ancor di più la poesia delle donne. Qui, in questo simposio, per ritrovare loro, le poetesse senza tempo, per scoprire la loro poesia, relegata, fino ad un secolo fa, tra i silenzi...per conoscere queste donne che malgrado tutto hanno saputo trasformare quel silenzio, in sussurro, e quel sussurro in versi.

domenica 30 gennaio 2011

Isabella Morra (1520-1546)


post bronzoisabella300Isabella Morra (1520-1546), nata a Favale (l’odierna Valsinni) vicino Matera da famiglia nobile, condusse una vita infelice e inquieta nel castello di famiglia, una severa rocca sulla valle del Siri (oggi Sinni), sognando la corte francese nella quale viveva il padre, costretto ad emigrare per aver parteggiato con gli sconfitti francesi contro i spagnoli.

Sola, fin da quando aveva otto anni, in quel maniero sinistro, sotto la tutela dei fratelli rozzi e selvatici che la detestavano, ebbe come unico conforto la lettura dei classici, la composizione di poesie, ed il fantasticare.

Un canonico, suo precettore, per alleviare questa profonda solitudine, favorì la conoscenza e la corrispondenza tra Isabella e il cavaliere e poeta spagnolo Diego Sandoval de Castro, marito dell’amica Caracciolo, stabilitosi nelle vicinanze, tra l’altro amico dell’imperatore spagnolo Carlo V, e quindi nemico dei Morra.

Isabella aveva ventitre anni quando tra loro cominciò una fitta corrispondenza letteraria

Non si sa se i rapporti tra i due rimasero platonici oppure si concretizzarono in una relazione passionale, ma la gente cominciò a mormorare, e le dicerie giunsero alle orecchie dei fratelli di Isabella, che associando motivi di "onore" a quelli politici, attuarono una sanguinosa vendetta, uccisero prima il precettore di Isabella, poi la stessa Isabella e, qualche tempo dopo il poeta Diego.



Secoli dopo, nel 1928 il filosofo abruzzese Benedetto Croce, si interessò della vicenda e pubblicò il saggio

"Storia di Isabella Morra e Diego Sandoval De Castro", che di fatto riportò alla luce la storia e la poetica della sfortunata poetessa.

Croce fece effettuare scavi alla ricerca delle spoglie della giovane donna, in particolar modo sotto la chiesa, ai piedi del castello, senza ottenere risultati, tanto che ancora oggi non si conosce dove sia ubicato il corpo d’ Isabella, alimentando fantasie e miti, come quello del fantasma della poetessa, che non avendo ricevuto degna sepoltura, vaghi ancora per le stanze del castello.




 



Canto II



D’un alto monte onde si scorge il mare

miro sovente io, tua figlia Isabella,

s’alcun legno spalmato in quello appare,

che di te, padre, a me doni novella.



Ma la mia adversa e dispietata stella

non vuol ch'alcun conforto possa entrare

nel tristo cor, ma, di pietà rubella,

la calda speme in pianto fa mutare.



 Ch’io non veggo nel mar remo né vela

(così deserto è l infelice lito)

che l’onde fenda o che la gonfi il vento.



Contra Fortuna alor spargo querela,

cd ho in odio il denigrato sito,

come sola cagion del mio tormento.







Canto VII



Ecco ch’un’altra volta, o valle inferna,

o fiume alpestre, o ruinati sassi,

o ignudi spirti di virtute e cassi,

udrete il pianto e la mia doglia eterna.



Ogni monte udirammi, ogni caverna,

ovunq’io arresti, ovunqu’io mova i passi;

chè Fortuna, che mai salda non stassi,

cresce ogn’or il mio male, ogn’or l’eterna.



Deh, mentre chì’io mi lagno e giorno e notte,

o fere. o sassi, o orride ruine,

o selve incolte, o solitarie grotte,



ulule, e voi del mal nostro indovine,

piangete meco a voci alte interrotte

il mio più d’altro miserando fine.






Restano di lei poche liriche, appena tredici (dieci sonetti e tre canzoni), ma sono in esse alcuni tra gli accenni più vivi della poesia del cinquecento, ma, anche se seguono la tradizione petrarchista, e si distinguono per l’eleganza formale, sono intrise della sua drammatica esistenza.

Esse testimoniano oltre alla raffinatissima cultura, un’indole appassionata e melanconica, che ricordano le liriche del Leopardi, nel forte e sempre intenso riflesso dei propri stati d’animo in aspetti consimili del paesaggio.

In esse si ritrovano i temi della solitudine e dell’isolamento, della angosciosa attesa di suo padre, del desiderio di evasione, ogni angolo della sua terra, osservata dall’alto della sua rocca, diventa elemento su cui sfogare tutto questa inquietudine.

E la fortuna spesso invocata e poi dileggiata, si ritrova spesso nelle sue liriche, nella consapevolezza di questa condizione ingiusta e senza speranza.

Isabella appartiene al gruppo delle poetesse, così dette “rimatrici”, del Cinquecento, di imitazione petrarchesca, secondo il concetto critico espresso dal Bembo, che voleva ricondurre la lirica alla pura imitazione del Petrarca, per quanto attiene la purezza della lingua italiana e alla struttura classica del sonetto, della canzone e della sestina.

La tragicità dei rilievi e la potenza rappresentativa delle immagini ci fa riconoscere in Isabella Morra e nel suo minuto canzoniere, intuitivamente riscoperto e rivalutato da Benedetto Croce, una testimonianza di Poesia “senza tempo”.



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Ringrazio l' amica m0rgause che mi ha “acceso” la memoria su questa poetessa, permettendomi di riprendere la sua storia e la sua poetica, e sintetizzarla in questo post.

C
olgo l’occasione per invitare le amiche e gli amici ospiti a consultare e leggere l’interessante lavoro fatto tempo fa dalla stessa m0rgause su Isabella, presso il suo blog:

http://stregam0rgause.splinder.com/post/18257000/isabella-morra-misconosciuta-poetessa-del-500-italiano


 







Se volete leggere ed ascoltare alcune poesie di Isabella, potete farlo presso qusto sito:

http://www.poetilucani.it/template.jsp?pagina=poePoesie&poeId=25





e se volete approfondire l'analisi della sua poetica, potete consultare i documenti presso questo sito:

http://www.poetilucani.it/template.jsp?pagina=poeSchedaCritica&poeId=25&criId=24


 





Testo letto da Dino Becagli e musica di Rocco De Rosa.Nelle foto il fiume Sinni, chiamato Siri al tempo di Isabella.





 



 



Testo letto da Dino Becagli,e musica di Rocco De Rosa,"I fieri assalti di crudel fortuna..."

 




sabato 22 gennaio 2011

Contessa di Dia (1140 - 1180?)


Beatriz_de_Dia_-_BN_MS12473La Contessa di Dia, figura misteriosa, una delle più note “trobaritz” della letteratura cortese sviluppatosi in Provenza nel XI-XII secolo, nasce presumibilmente nel 1140 a Die (Alta Provenza) con il nome di Beatritz (Beatrix).

Una bella e colta signora, moglie presumibilmente di Guglielmo II di Poitiers, conte di Valentinos che regnò tra il 1146 ed 1173, e fortemente legata con il “troubadours” Raimbaut d’Aurenga, e innamorata e amante   di Rimbaud d'Orange a cui dedicò le poesie d’amore. Non conosciamo quando e dove morì, ma nonostante la presunta breve vita, anche se la sua produzione pervenutaci è scarsa, è riconosciuta una figura importante della letteratura provenzale (lingua d’oc) per la sua capacità di aver dato alla poesia troborica sensibilità esistenziale ed erotica.




 





IL CUORE MI DUOLE PER UNA GRANDE PENA 



Il cuore mi duole per una grande pena

per un cavaliere che ho perduto 

e che questo sia risaputo, ora e sempre

che l’ho soddisfatto oltre la morte e la follia. 

Ora sono  da  lui  tradita,

come se il mio amore non fosse  abbastanza 

anche se l’ho appagato giorno e notte

a letto, e tutta vestita.



Il mio cavaliere, io lo vorrei

tenere  una sera tra le mie  braccia nude,

per bearlo e  appagarlo

gli farei da cuscino,

perché di lui sono molto infatuata 

più di quanto lo fosse Florio di Biancofiore:

io gli concedo il mio cuore e il mio amore,

la mia mente, i miei occhi, e la mia vita.



Mio bell’amico, valoroso e dolce,

quando sarete in mio potere

distesi uno accanto all’altro sul letto

a diposizione dei miei baci amorosi,

colma di grande gioia

vi terrei al posto di mio marito

cosi che non potrete rifiutarvi 

di far tutto ciò che io desidero.




[traduzione di LdV con la collaborazione di ALS]










 UN GRAN PENA LO COR ME DOL

(versione originale in lingua occitana)



En grand pena lo còr me dòl

per un cavalièr qu'ai perdut.

En tot temps aquò sià sauput

que l'ai contentat mòrt et fòl.

Ara per el soi traïda.

Tant d'amor es pas pro d'amor

quand l'ai contentat nuèit e jorn,

Al  lèit e tota vestida.



Mon cavalièr, ieu lo voldriá

téner un ser dins mos braces nuds

e que se'n tròbe el tresperdut,

de sol coissin li servirià.

Car d'el soi mai afolida

qu'èra de Floris Blancafor

li autregi mon còr e m'amor,

mon èime, mos uelhs, ma vida.



Bèl amic, avenent e doç,

quora seretz a mon poder

e colcats los dos tot planièr

a pòrt de mon bais amorós,

de grand gaug ieu comolada

vos tendrai en lòc de marit

tant que vos seretz pas desdit

de far çò que m'agrada.


 


Nei versi di Beatrice di Dia, a dispetto del contesto storico e sociale in cui viveva (siamo in pieno Medio Evo e in un ambiente nobile e raffinato),  si trova un linguaggio spregiudicato, coraggioso, diretto, poiché l’amore di cui parla, non è l’amore coniugale ne quello riconosciuto in qui tempi, ovvero finalizzato al matrimonio, alla fedeltà, alla sacralità dell’unione coniugale.

Non ci si trova quindi l’idealizzazione del sentimento, non sublimando il pathos e non idealizzando la persona amata ma quello invece del desiderio, del desiderio ardente della vicinanza, del contatto,  con una schiettezza e realismo senza veli.

In questa poesia la donna dichiara apertamente all’uomo il suo desiderio.

La richiesta è ardita, coraggiosa, e insieme pudica, perché sogna e desidera la sua disponibilità assoluta, la sua nudità, la sua accoglienza, la sua vicinanza.

Il mondo di Beatrice di Dia è quello dell’amor cortese, che cerca sempre di esprimersi apertamente, o con metafore non nascoste la carnalità dell’amore e la sacralità del piacere.

L’eros della poesia provenzale è tutt’altro che elementare, è un tentativo di sdrammatizzazione e  nel contempo è un tentativo di riconoscimento del ruolo della donna perno della sensualità e della magia dell’incontro passionale.

Nasce come un'esperienza ambivalente fondata sulla compresenza di desiderio erotico e tensione spirituale.

Tale ambivalenza è detta “mezura”, cioè la "misura", la giusta distanza tra sofferenza e piacere, tra angoscia ed esaltazione.

Per questo motivo il concetto di amor cortese non può trovare ispirazione e realizzazione dentro il matrimonio, è esso adultero per definizione.

Esso è desiderio fisico, esclusivo e sacro: è la passione, è magica lussuria.



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A.a) Prologo


Frequentando da qualche anno nel web, siti e blog di poesia, ho avuto l’opportunità di rilevare, con mio compiacimento, una presenza significativa di poesie scritte da donne.

Questa constatazione è stata però contrastata ben presto da una altra scoperta: se oggi la presenza della donna poetessa è importante, nel passato invece questa presenza è veramente marginale.

La donna nel passato è presente principalmente come musa ispiratrice, guida emozionale, e raramente artefice della poesia stessa, e più ci si inoltra nei tempi e più si osserva l’amplificarsi di questa mancanza, e la differenza con la produzione maschile è notevole.

Nei secoli che precedono il nostro la proporzione e forse anche meno dell’uno per cento.

Se consulto le varie antologie poetiche, in particolare quelle didattiche noto che questa proporzione è sempre al di sotto del cinque per cento.

È chiaro che non è una faccenda di scarsa sensibilità o meno propensione verso lo strumento della poesia per esprimere i propri stati animi, e le proprie emozioni.

La donna purtroppo per millenni è stata relegata ad un ruolo esclusivo per la famiglia, e non ha avuto accesso agli studi, ne riconosciuto la possibilità di fare poesia.

Era una attività quasi sempre segreta ostacolata da impedimenti di ogni genere, e in ogni modo raramente vennero però prese sul serio.

Quando ci riuscivano, le pochissime, si rivelavano non solo ricche di cose da dire ma anche singolarmente abili dal punto di vista tecnico, e ci riuscivano, in virtù di doti veramente straordinarie, a parentesi storiche e sociali, e circostanze eccezionalmente fortunate.

È chiaro che si riproduce anche nell’arte e nella scrittura la situazione della condizione femminile nella società.

Tutto ciò fortunatamente nell’ultimo secolo è venuto meno e la donna ha potuto intraprendere con maggiore liberta e quindi convinzione l’attività del poetare.

Ma il danno è stato perpetuato.

Ho quindi voluto intraprendere questo viaggio molto particolare, e affascinante, lungo la dorsale dei secoli, e dei millenni, alla ricerca di quelle voci femminili che, coraggiose, spesso irriverenti e ribelli, hanno lasciato tramite la poesia, le proprie emozioni, le proprie impressioni.

Ho scoperto figure femminili affascinanti, di sottile ingegno, che hanno saputo donare, in situazioni estremamente disagevoli,  quel loro senso di interpretare la scrittura come mezzo di espiazione, e di comunicazione.

Un mondo incredibilmente sconosciuto, o meglio taciuto, oscurato, fatto di storie, di sospiri, di vita e di morte, di piacere e dolore, di lacrime e di sorrisi.

E questa mancanza ha provocato in me un bisogno di scoprire questi altari velati, queste porte chiuse ed impolverate, il bisogno di rievocare questo mondo fatto di bisbigli in un blog, in un luogo dove poter ridare vita a parole perdute tra pagine ingiallite di libri dimenticati, e condividere con voi, amici ospiti e lettori di passaggio, le mie ricerche, tracciando un percorso senza tempo e senza spazio, di esperienze poetiche: una antologia di donne di poesia, dagli albori della storia all’inizio del XX° secolo.


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(immagine presa dal web)