amo la scrittura, amo le Donne, amo la scrittura delle Donne

Amo la scrittura, amo la poesia, affascinato dal mondo della donna, affascinato dalle donne che scrivono, amo ancor di più la poesia delle donne. Qui, in questo simposio, per ritrovare loro, le poetesse senza tempo, per scoprire la loro poesia, relegata, fino ad un secolo fa, tra i silenzi...per conoscere queste donne che malgrado tutto hanno saputo trasformare quel silenzio, in sussurro, e quel sussurro in versi.

mercoledì 23 febbraio 2011

Marceline Desbordes-Valmore (1786-1859)

Marceline_Desbordes-Valmore Marceline Desbordes-Valmore nasce a Douai il 20 giugno 1786, piccola città della Fiandra Francese, in una famiglia piccola borghese.

Con la Rivoluzione, arriva la povertà ed inizia l’esodo familiare, la madre la costringe, fin da bambina, a recitare in compagnie itineranti tra disagi e miserie.

Nel tentativo di risanare la situazione finanziaria della famiglia, sua madre decide di andare insieme a Marceline nella Guadalupa, dove risiede un cugino arricchitosi, ma all’arrivo scoprono che il loro parente è stato ucciso a seguito di una rivolta di schiavi. A peggiorare le cose la madre si ammala di febbre gialla e muore.

Marceline rientra in Francia, appena sedicenne, e si dedica alla professione di cantante e attrice (chanteuse), ha una forte sensibilità espressiva e si impadronisce facilmente dei segreti del verso e della rima, studia e impara memoria i classici della letteratura francese, autodidatta, ed inizia a scrivere.

A 22 anni è già conosciuta come poetessa ed ha già pubblicato su diverse riviste.

Passa la sua vita da teatro in teatro, conosce uno scrittore e commediante Henry Latouche, se ne innamora follemente: è un legame tormentato, assente per lunghissimi periodi e la trascura, ma sarà l’amante segreto per 20 anni, avrà anche un figlio, che muore a cinque anni.

Si sposa nel 1817 con Prosper Valmore, attore bello e mediocre, che le darà quattro figli, dei quali tre le moriranno prematuramente.

Ma il suo cuore resterà sempre dominato dal bizzarro Latouche, a cui dedicherà tutte le poesie d’amore sotto il nome di Olivier.

Con il marito istaura un rapporto di solidarietà e di dignità, lui la ama in modo sincero e duraturo.

Malgrado le numerose disavventure, per tutti questi anni Marceline scrive con instancabile passione.

Muore di cancro a Parigi il 23 luglio 1859.


[© LdV]





IL RISVEGLIO



Su questo letto di canne, come posso dormire ancora?

Sento l'aria profumata, scorrere intorno a te.

La tua bocca è un fiore dall’aroma che divora.

avvicinati, tesoro mio, e non ardere altri che me.

Sveglia, svegliati!



Ma questo alito d'amore, questo bacio che io desidero

ancora io non oso prendere dalle tue labbra;

concesso dal tuo cuore raddoppierà la mia vita.

Il tuo sonno si prolunga e tu mi fai morire.

Io non oso prenderlo.



Vieni! Sotto i banani noi troveremo l’ombra.

Gli uccelli canteranno vedendo il nostro amore.

Il sole geloso si nasconde dietro una nuvola.

e solo nei tuoi occhi che io cerco il giorno:

vieni, illumina l’amore.



No, no, tu non dormi più, condividi la mia passione

i tuoi baci sono il miele che ci dona i fiori.

Il tuo cuore ha sospirato, vieni a cercare la mia anima?

ella vaga sulla mia bocca e vuole asciugare le tue lacrime.

Nascondimi sotto i fiori






LE REVEIL (testo originale)

Sur ce lit de roseaux puis-je dormir encore ?

Je sens l'air embaumé courir autour de toi ;

Ta bouche est une fleur dont le parfum dévore :

Approche, ô mon trésor, et ne brûle que moi.

Éveille, éveille-toi !



Mais ce souffle d'amour, ce baiser que j'envie,

Sur tes lèvres encor je n'ose le ravir ;

Accordé par ton coeur, il doublera ma vie.

Ton sommeil se prolonge, et tu me fais mourir :

Je n'ose le ravir.



Viens, sous les bananiers nous trouverons l'ombrage.

Les oiseaux vont chanter en voyant notre amour.

Le soleil est jaloux, il est sous un nuage,

Et c'est dans tes yeux seuls que je cherche le jour :

Viens éclairer l'amour.



Non, non, tu ne dors plus, tu partages ma flamme ;

Tes baisers sont le miel que nous donnent les fleurs.

Ton cœur a soupiré, viens-tu chercher mon âme ?

Elle erre sur ma bouche et veut sécher tes pleurs.

Cache-moi sous des fleurs.









LE ROSE DI SAADI



Volevo portarti delle rose questa mattina

ma ne avevo raccolte così tante nel mio corsetto

che i nodi troppo stretti non hanno potuto contenerle.



I nodi sono esplosi. Le rose sono volate via

nel vento e al mare sono tutte arrivate..

Hanno seguito l’acqua per non tornare più;



l'onda è apparsa rossa, come in fiamme.

Stasera il mio vestito ancora ne è profumato.

Respirane su di me l'odoroso ricordo.






LES ROSES DE SAADI (testo originale)

J'ai voulu ce matin te rapporter des roses ;

Mais j'en avais tant pris dans mes ceintures closes

Que les nœuds trop serrés n'ont pu les contenir.



Les nœuds ont éclaté. Les roses envolées

Dans le vent, à la mer s'en sont toutes allées.

Elles ont suivi l'eau pour ne plus revenir ;



La vague en a paru rouge et comme enflammée.

Ce soir, ma robe encore en est tout embaumée...

Respires-en sur moi l'odorant souvenir.










[GLI AMANTI] SEPARATI



Non scrivere. Sono triste, e vorrei spegnermi

Le belle estati senza di te, sono come una notte senza una luce

Ho richiuso le mie braccia, non possono raggiungerti,

e bussare al mio cuore è come bussare su una tomba.

Non scrivere!



Non scrivere. Impariamo a morire per noi stessi.

Non chiedo che a Dio, che a te, se ti amavo!

Nel profondo della tua assenza, ascoltare che tu mi ami

è comprendere il cielo senza mai salirci.

Non scrivere!



Non scrivere. Ho paura di te, ho paura della mia memoria:

ha conservato la tua voce che spesso mi chiama.

Non mostrare la acque di fonte a chi non la può bere.

Una cara scrittura è un ritratto vivente.

Non scrivere!



Non scrivere quelle dolci parole che non oso più leggere:

sembra che la tua voce le versi sul mio cuore;

che le veda bruciare attraverso il tuo sorriso;

sembra che un bacio le imprima sul mio cuore.

Non scrivere!






LES SEPAREES  (testo originale)

N'écris pas. Je suis triste, et je voudrais m'éteindre.

Les beaux étés sans toi, c'est la nuit sans flambeau.

J'ai refermé mes bras qui ne peuvent t'atteindre,

Et frapper à mon coeur, c'est frapper au tombeau.

N'écris pas !



N'écris pas. N'apprenons qu'à mourir à nous-mêmes.

Ne demande qu'à Dieu... qu'à toi, si je t'aimais !

Au fond de ton absence écouter que tu m'aimes,

C'est entendre le ciel sans y monter jamais.

N'écris pas !



N'écris pas. Je te crains ; j'ai peur de ma mémoire ;

Elle a gardé ta voix qui m'appelle souvent.

Ne montre pas l'eau vive à qui ne peut la boire.

Une chère écriture est un portrait vivant.

N'écris pas !



N'écris pas ces doux mots que je n'ose plus lire :

Il semble que ta voix les répand sur mon coeur ;

Que je les vois brûler à travers ton sourire ;

Il semble qu'un baiser les empreint sur mon coeur.

N'écris pas !










IO NON SO PIU', IO NON VOGLIO PIU'



Io non so più, io non voglio più

Non so più da dove è nata la mia collera;

ha parlato…e le sue colpe sono scomparse.

I suoi occhi imploravano, la sua bocca voleva piacere:

dove sei fuggita mia timida collera?

non lo so più.



Non voglio più guardare ciò che amo

Non appena sorride, tutti i miei pianti svaniscono.

Invano, per forza o per dolcezza suprema,

l’amore e lui, vogliono ancora che io ami;

io non voglio più.



Non so più evitarlo nella sua assenza;

tutti i miei giuramenti sono ormai superflui.

Senza tradirmi, ho sfidato la sua presenza;

ma senza morire sopportare la sua assenza

io non so più.






JE NE SAIS PLUS, JE NE VEUX PLUS (testo originale)

Je ne sais plus d’où naissait ma colère ;

Il a parlé... Ses torts sont disparus.

Ses yeux priaient, sa bouche voulait plaire :

Où fuyais-tu, ma timide colère ?

Je ne sais plus.



Je ne veux plus regarder ce que j’aime.

Dès qu’il sourit, tous mes pleurs sont perdus.

En vain, par force ou par douceur suprême,

L’amour et lui veulent encor que j’aime ;

Je ne veux plus.



Je ne sais plus le fuir en son absence ;

Tous mes serments alors sont superflus.

Sans me trahir, j’ai bravé sa présence ;

Mais sans mourir supporter son absence,

Je ne sais plus !










Marceline Desbordes-Valmore par Michel Martin Drolling (1789-1861Nel 1820 Marceline lascia il palcoscenico come cantante, e nel 1832 anche come attrice, per dedicare il suo tempo completamente alla scrittura.

I soggetti che sceglie sono quelli dei romantici, canta l’amore per i bambini, i poveri, i disabili, i prigionieri politici, ovvero per tutti gli esseri fragili. Scrive anche di spiritualità, scrive sull’amore, sul suo amore, sulla maternità, (in particolare sul suo unico figlio vivente, sulle morti premature, sulla morte dei suoi figli), sulla assenza e sulla morte.


In sostanza ci troviamo di fronte ad una libera pensatrice, colta e sensuale, fiorente ed abissale.

È suo, fra i molti, il significativo e coraggioso aforisma, tratto da una bellissima lettera (Lettre de Femme) “Les femmes, je le sais, ne doivent pas écrire; J'écris pourtant” (so bene che le donne non dovrebbero scrivere; ciononostante, io scrivo)

Pochi hanno saputo scavare così profondamente nei rapporti uomo-donna, analizzare le frustrazioni dell’animo femminile di fronte allo spirito inquieto dell’altro che sa amare, ma è attratto da altre cose, da avventure, da viaggi.

 Marceline, oltre alle poesie, ha scritto anche racconti, romanzi e molte lettere, ed è stata un riferimento espressivo per grandi autori francesi, come Hugo, Rimbaud, Mallarmé.

Honoré de Balzac, apprezzava con convinzione il suo talento e la spontaneità dei suoi versi.

E’ considerata la poetessa che ha influito l'evoluzione della scrittura di Paul Verlaine, il quale dichiara: « Proclamiamo ad alta e intelligibile voce che Marceline Desbordes-Valmore è senz'altro […] la sola donna di genio e di talento di questo secolo e di tutti i secoli […]»

È l’unica donna inclusa nella celebre antologia di Verlaine “I poeti maledetti”. Particolarmente stimata da Charles Baudelaire, che parla di lei come la perfetta incarnazione della donna, afferma: « Mme Desbordes-Valmore fu donna, fu sempre donna e non fu nient'altro che donna; ma ebbe un grado straordinario di espressione poetica intrisa di tutte le bellezze naturali della donna.»

Ha inventato il verso libero, è stata la prima ad utilizzare il verso dispari e ad occuparsi della musicalità della parola, e a fare uso della figura retorica della sinestesia.

Il fatto di essere donna, e di essere presa poco su serio, le ha permesso di essere più coraggiosa, più audace, di tentare nuovi modi di poetare, insomma di sperimentare.

Tutti i letterati di Francia erano rimasti incantati da lei, per il fatto che incarnava, come pochi, lo spirito del tempo, cioè il tramonto del Romanticismo, ed i primi bagliori del Simbolismo, la chiamavano “maestro” e la osannavano, cosa questa che non le ha però permesso negli anni seguenti, di trovare il giusto o un minimo spazio nelle antologie.

Probabilmente perché era soltanto una donna.

[ © LdV ]









marceline%20desbordes-valmore%20%E0%20douaiLe sue prime pubblicazioni:

1819 Élégies (raccolta di poesie) e Romanzi

1825 Élégies(raccolta di poesie) e Novelle in versi

1830 Poésies inédites.

1833 Les Pleurs, “L’Atelier d’un peintre”, “Scènes de la vie privée” (una commedia autobiografica)

1839 Pauvres fleurs.

1840 Racconti in prosa per ragazzi

1842 Racconti in versi per ragazzi.

1843 Bouquets et prières,.

1855 Jeunes Têtes et Jeunes Cœurs

1860 Una raccolta postuma delle sue Poesie pubblicate da Auguste Lacaussade.










[©traduzioneLdV] le traduzioni  dalla lingua originale francese delle tre poesie di Marceline Desbordes-Valmore sono state curate da LdV (Lorenzo de Vanne) in collaborazione di ALS (Anna Luna Sofi).





Se volete, potete consultare il sito ufficiale dedicato a Marceline Desbordes-Valmore:

http://www.desbordes-valmore.net/





Oppure leggere in lingua originale i numerosi testi che ha scritto durante la sua travagliata vita:

http://fr.wikisource.org/wiki/Cat%C3%A9gorie:Marceline_Desbordes-Valmore



http://poesie.webnet.fr/lesgrandsclassiques/poemes/marceline_desbordes_valmore/index.html



http://italiano.agonia.net/index.php/author/0016532/index.html#bio





o se volete ascoltare delle audio-poesia di Marceline:

http://www.litteratureaudio.com/livre-audio-gratuit-mp3/marceline-desbordes-valmore-poesies.html




(prima di avviare, ricordarsi di stoppare la musica di fondo del blog posto sulla colonna di destra)





Un famoso cantante francese dei nostri tempi, Julien Clerc ha scritto la musica sulle parole di una poesia di Marceline, "Les séparés" (testo pubblicato in questo post). Nel video, qui proposto, la canzone è cantata dallo stesso Julien Clerc in duo con Isabelle Boulay.









La stessa canzone precedente è qui invece cantata da un altro importante cantante francese Benjamin Biolay.









Sulle parole della poesia "Le roses de Saadi" (testo pubblicato in questo post)  Franklin Hamon ha musicato e cantato questa bella canzone. 



giovedì 10 febbraio 2011

Sor Juana Inés de la Cruz (1648?-1695)


57suor-juana_01Juana Inés de la Cruz nasce come Juana de Asbaje y Ramírez de Santillana a San Miguel de Nepantla (Messico) il 12 novembre 1648 (per altri nel 1651), figlia illegittima di madre creola e padre basco.


Tutta la sua vita, è caratterizzata da una straordinaria passione per il sapere: fin da piccolissima sfoglia i libri della biblioteca del nonno paterno, a tre anni impara di nascosto a leggere e scrivere, a sette anni compone un inno sulla Comunione.

L’inquietudine di Juana convince la madre, e va vivere presso dei parenti a Città del Messico, qui la fanciulla cresce graziosa ed estremamente intelligente, si lascia guidare nell’apprendimento solo dalla propria curiosità e dal proprio intelletto.

Impara velocemente, la sua cultura, enciclopedica, è vastissima, conosce quattro lingue, nonché la matematica, la filosofia e la teologia.

Juana diventa talmente celebre per la sua sapienza, per la sua capacità di scrivere poesie, teatro e altro, che viene ricevuta a corte nel 1664 e accolta tra principesse e nobili, sotto la stima e l’affetto di Leonor Carreto, moglie del Vicerè, diventando sua dama d’onore con il titolo di "amatissima".

Istaura con Leonor (Laura nelle sue poesia) un rapporto speciale, musa, amica e compagna di emozioni.

Ma nel 1667, Juana abbandona improvvisamente la Corte ed entra in convento.

Una decisione ancora oggi misteriosa, si tratta probabilmente di una decisione pratica, basata sulla valutazione delle opportunità che la sua condizione di donna e di illegittima le si prospettano a quell’epoca in Messico, anche considerando il fatto che avrebbe perduto entro qualche anno la vicinanza e la protezione di Eleonor, di ritorno in patria, per fine mandato del marito come Vicerè.

Juana è bella, disinvolta nella sua breve giovinezza laica, miete successi nei saloni delle feste del Vicerè. È misteriosa e un po’ fredda, riflessiva e capace di grandi sacrifici, come quello di rinchiudersi in un convento di clausura senza avere la minima vocazione, ma solo perché questa è l’unica strada possibile affinché una come lei possa ricevere un’educazione e avere una vita intellettuale. Ed è anche, una donna molto femminile che sa sedurre e lodare il prossimo visto che, grazie a queste capacità, riesce ad ottenere simpatia e sostegno.

Pronuncia i voti il 21 febbraio 1669 ed entra nell’ordine di san Girolamo, che nonostante i voti di povertà, permette alle suore di possedere beni personali, gioielli e, come nel caso di Juana, libri.
429px-Sor_Juana_by_Miguel_Cabrera

La sua cella diviene la biblioteca più ricca (circa diecimila libri) di tutto il Messico, piena anche di strumenti musicali e scientifici, dove riceve i più importanti letterati e studiosi dell’epoca.

Nel 1680 arriva a Città del Messico il nuovo Viceré, assieme alla moglie María Luisa Manrique de Lara, contessa di Paredes, donna colta e molto affascinante.

L’incontro fra Marìa Luisa e Juana è subito simpatia ed ammirazione reciproca; la loro relazione diviene ben presto un’amicizia molto particolare, una reciproca devozione.

La contessa è una donna straordinaria che lega subito con Juana, la va a trovare in cella e discute con lei di tutto.

L’affetto di Suor Juana per Maria Luisa (celebrata con i nomi di Lysi e Filis), a giudicare dal tono delle composizioni che le indirizza, si trasforma rapidamente in un sentimento particolare che può solo essere definito come una intensa amicizia amorosa, corrisposta con pari eccessi, effusioni e passione.

È un legame molto speciale.

Maria Luisa diviene inoltre, di fatto, una protezione importante da chi la vuole riprendere per i suoi comportanti poco formali.

E quando Maria Luisa torna in Spagna, si trova sola a fronteggiare un temibile nemico, l’arcivescovo di Città del Messico, Francisco Aguiar y Seijas, che ha un particolare disprezzo per il sesso femminile, e che ritiene un affronto il fatto che una donna sia riconosciuta come intellettuale, e intollerabile che una monaca scriva canzoni per balli, versi d’amore e testi di teatro che non hanno nulla di "sacro".

Il vescovo finisce per proibirle di studiare e scrivere, lei accenna all’inizio una qualche resistenza ma poi cede forse per sfuggire alla possibile accusa di disobbedienza, e quella, ben più
temibile, di eresia, consegnando al vescovo ogni suo bene, libri, strumenti scientifici, e strumenti musicali, dopo aver scritto una bellissima lettera al suo accusatore, difendendo il diritto delle donne a studiare e scrivere esattamente come gli uomini.

Ridotta al silenzio, Juana si avvia quasi consapevolmente verso la fine.

Ella muore infatti di peste nel 1695, il 17 aprile , dopo essersi prodigata nelle cure alle altre monache colpite dal morbo.






L'INGRATO CHE MI LASCIA, CERCO AMANTE



L’ingrato che mi lascia, cerco amante;

l’amante che mi segue, lascio ingrata;

costante adoro chi il mio amor maltratta;

maltratto chi il mio amor cerca costante.

Chi tratto con amor, per me é diamante,

e son diamante a chi in amor mi tratta;

voglio veder trionfante chi mi uccide,

e uccido chi mi vuol veder trionfante.

Soffre il mio desiderio, se a uno cedo;

se l’altro imploro, il mio puntiglio oltraggio:

in ambo i modi infelice io mi vedo.

Ma per mio buon profitto ognor mi ingaggio

a esser, di chi non amo, schivo arredo,

e mai, di chi non mi ama, vile ostaggio.




(versione in lingua spagnola)

Al que ingrato me deja, busco amante;

al que amante me sigue, dejo ingrata;

constante adoro a quien mi amor maltrata;

maltrato a quien mi amor busca constante.

Al que trato de amor, hallo diamante,

y soy diamante al que de amor me trata;

triunfante quiero ver al que me mata,

y mato al que me quiere ver triunfante.

Si a éste pago, padece mi deseo;

si ruego a aquél, mi pundonor enojo:

de entrambos modos infeliz me veo.

Pero yo, por mejor partido, escojo

de quien no quiero, ser violento empleo,

que, de quien no me quiere, vil despojo.










A FILIS

(poesia dedicata a Maria Luisa, che lei chiamava Filis)



Come te, Filis, io ti amo;

ché i tuoi meriti vedendo,

questo è l'unico tuo elogio.

Esser donna e starti assente

non impediscon di amarti;

le anime, tu ben lo sai,

distanza ignorano e sesso.

E l'ordine naturale

iene osservato in sue leggi

solo da beltà comuni,

secondo il comune ossequio.

Non quella tua, ché godendo

imperiali privilegi,

nascesti prodigio bello

con esenzioni regali:

la cui mano poderosa,

il cui sforzo necessario,

per le anime dominare

impugnò lo scettro bello.

Accogli un'anima arresa

la cui vigilia studiosa

vorrebbe moltiplicarla

sol per crescere il tuo impero.

Ben so che non è favore

darti quel che è di diritto

tuo; ma se mia io la chiamo

è per dartela di nuovo.

E' destrezza del mio amore

negarti, talvolta, il feudo,

perché, in lotta, tu raddoppi

i trionfi, se non i regni.

Oh, chi può mai consegnarti,

non le ricchezze di Creso,

ché materiali tesori

sono indegni di tal sire;

bensì ogni anima affrancata,

ogni petto più arrogante,

che, di conoscerti forti,

dal tuo giogo sono esenti!

Volle provvido l'amore,

il danno evitar discreto,

che di cenere i tuoi occhi

riempian tutto l'universo.

Ma è libertà sventurata

quella di chi ignora, stolto,

delle tue malie divine

il veleno salutare!

I tuoi miracoli han reso,

l'ordine contravvenendo,

il dolor grato e soave

e glorioso ogni tormento.

E se un filosofo, solo

vedendo il sire di Delo,

del travaglio della vita

si dava per soddisfatto,

io con assai più ragione

pagherei tua dolce vista

non con l'ansia di una vita,

ma col prezzo di una morte!

Se credito non mi dai,

dallo ai tuoi meriti almeno,

ché, se esamini la causa,

tu devi trovar l'effetto.

Potrò mai cessar di amarti,

se sì divina ti vedo?

C'è causa che non produce?

C'è potenza senza oggetto?

Poiché tu sei il più leggiadro,

grande, sovrumano eccesso

che abbia visto in cerchi tanti

il verde girar del tempo,

perché il mio amor ti vide?

Perché la mia fede ti offro,

quando ogni dote tua è

firma di mia prigionia?

Volgi su te stessa gli occhi

e troverai, in te e in loro,

che è possibile l'amore

e necessaria l'arresa,

mentre intanto ogni pensiero,

a contemplarti occupato,

che io vivo assicura, solo

sapendo che per te muoio.








A LYSI

(posia dedicata a Maria Luisa, che lei chiamava anche Lysi)



Quando l'amore tentò

di fare tue le mie spoglie,

Lysi, e la luce mi levò,

diede all'anima quegli occhi

che dal corpo mio sottrasse.

Diede a me, perchè potessi

con più attenzione adorarti,

occhi con cui contemplarti;

e così ebbi miglior vista,

pur se mi accecò il guardarti.

E prima questi occhi in me

erano intralci penosi:

non avendoti per sè

è chiaro che erano oziosi

non potendo veder te.

Accecarsi, a mio vedere,

fu una grande provvidenza

poichè non potevo averti:

a chi più luce non ha,

che importa vedere o no?

Ma è una gloria così rara

quella che ho nell'adorarti,

che, se pure mi uccidesse,

porrebbe fine la gioia

a quel che il dolor non seppe.

Ma che importa se la palma

mi sottraggono, violenti,

in questa amorosa calma,

non del mio corpo i tormenti,

ma dell'anima i diletti?

Così avrò nella violenta

condanna di non vederti,

a sollievo del tormento,

sempre il mio pensiero in te,

sempre te nel mio pensiero.

Qui nell'anima vedrò

il centro dei miei affetti

con gli occhi della mia fede:

chè piaceri immaginati,

anche un cieco può vederli.



Dono in cui l'affetto fa omaggio di semplicità

Lysi, alle tue belle mani

dono castagne spinose,

perchè dove abbondan rose

non posson mancare spine.

Se tendi alla loro asprezza

e con questo il gusto inganni,

perdona la rustichezza

di chi te le regalò;

perdona, ché questo riccio

solo può donar castagne.








Grandissima scrittrice e poetessa messicana, Juana è prima di tutto una donna.

Uno spirito libero che turbò il Messico spagnolo della Controriforma e dell'Inquisizione. Una donna che per amor dello studio, della filosofia e della scienza, scossa da un'indomabile sete di conoscenza scelse di farsi suora.

Da molti considerata la poetessa più importante, la più emblematica fra tutte le scrittrici latino-americane, visse per la sua libertà, per la sua autonomia, per il suo amore al di là di ogni regola.

Poesie, opere teatrali, canti liturgici, saggi mistici e filosofici, è la nutrita produzione di questa donna di poesia.

Vissuta nel 1600, risente della letteratura barocca spagnola, ormai all’epilogo, e per l’uso che fa dell’allegoria, la si può definire una allegorica, una pre-illuminista.

La sua produzione letteraria mostra una bellezza strutturale evidente, dietro la ricchezza verbale e l’audacia della retorica, è presente una solida architettura concettuale costituita di idee filosofiche, teologiche e di mitologia greca e romana.

Tutti i suoi scritti sono impregnanti di elegante sensualità.

La conoscenza erotica rivelata dalle poesie e dalle commedie di suor Juana è qualcosa di raffinato di sentito di esperienziale, è poesia dei sensi, i cui versi sono i più soavi e delicati versi che sono usciti dalla penna di una donna.

Tutte la sue poesie sono raccolte in tre volumi dal titolo “Inundacion castalida de la unica poetisa, musa decima”.

La sua produzione letteraria comprende opere di teatro, le cui più significative sono “Los empenos de una casa” e “Amor”e rappresentazioni cantate per la liturgia, delle quali la più nota è “El Divino Narciso”.

Scrive inoltre opere in prosa in forma di lettere mistiche, delle quali la più famosa “Respuesta a la muy ilustre Sor Filotea de Cruz” a difesa delle accuse del vescovo Vieyra, e poemi in cui risalta la sua piena libertà di vedute e di idee come in “Redondillas” nel quale difese i diritti delle donne, o come in “Hombres cecio” nel quale invece critica l’eccesso di sessismo dell’epoca.

Scrive l’ultima opera pochi mesi prima della morte“Yo, la Peor de Todas” ovvero “Io la peggiore di tutte”, è una richiesta di perdono alle consorelle.


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(le poesie tradotte in italiano sono state tratte da: "Juana Inés de la Cruz - Versi d'amore e di circostanza, a cura di Angelo Morino, Einaudi Editore)









"Hombres necios" di Sor Juana recitata in lingua originale.











Da un testo di Sor Juana, e musica di Alfredo Sanchez