amo la scrittura, amo le Donne, amo la scrittura delle Donne

Amo la scrittura, amo la poesia, affascinato dal mondo della donna, affascinato dalle donne che scrivono, amo ancor di più la poesia delle donne. Qui, in questo simposio, per ritrovare loro, le poetesse senza tempo, per scoprire la loro poesia, relegata, fino ad un secolo fa, tra i silenzi...per conoscere queste donne che malgrado tutto hanno saputo trasformare quel silenzio, in sussurro, e quel sussurro in versi.

martedì 8 marzo 2011

Tullia d'Aragona (1508 - 1556)

tullia


Tullia d’Aragona nasce a Roma intorno al 1508, da Giulia Campana, cortigiana ferrarese di particolare bellezza, molto nota nell’alta società di allora, e, presumibilmente, da Luigi d’Aragona, nobile di sangue reale e cardinale tra i più in vista durante pontificato di Leone X.Trascorre la sua infanzia a Roma, la sua prima giovinezza a Firenze, e poi Siena, ricevendo sempre un'educazione raffinata e colta.

La madre, intuendo subito le qualità della figlia, sia artistiche sia seduttive, la riporta a Roma, ambiente più ricco ed elegante, dove sviluppa ben presto le sue capacità di letterata e di cortigiana.

La sua vita sarà caratterizzata da un continuo muoversi in diverse città italiane, dove riuscirà sempre ad essere accolta per la sua fama di raffinata “etere”.

Creatura spiritosa ed elegante, squisita conversatrice, viene ammirata e amata da moltissimi letterati, che le permettono di coltivare e sviluppare la predisposizione all’arte letteraria e musicale.

Il suo salotto e la sua alcova sono frequentati da personaggi di spicco della società dell’epoca, affascinati da questa donna, alta di statura, non bella, ma con occhi stupendi, e un fascio di capelli biondi, che non affida la sua seduzione al solo aspetto fisico ma anche alla sua cultura, alla sua voce morbida e ben intonata e alla capacità di fare versi.

“Toccava gl'istrumenti musicali con dolcezza tale, e maneggiava la voce cantando così soavemente, che i primi professori degli esercizij ne restavano maravigliati. Parlava con grazia ed eloquenza rarissima sì che, o scherzando, o trattando da vero, allettava e rapiva (…) gli animi degli ascoltanti.” (A. Zilioli)

Avere molti uomini illustri come amanti, tra cui Benedetto Varchi, Giulio Camillo, il
Tullia2
cardinale Ippolito dè Medici, e Bernardo Tasso (padre di Torquato), non le risparmia però di trovarsi spesso in situazioni di disagio persecutorio per la sua attività di
cortigiana e per la licenziosità dei costumi, che la costringe a cambiare spesso città.

Subisce anche l’umiliazione, sentendosi prima di tutto una letterata, di dover indossare i segni di riconoscimento imposti a chi pratica la professione di cortigiana (velo, veletta, o un nastro, di colore giallo).

Non è risparmiata dalle critiche feroci di uomini psudo-moralisti, forse respinti o invidiosi,
che strumentalizzano la sua professione per la sua poetica.

Sposa a Siena, nel 1543 Silvestro Guicciardini, forse unicamente per potersi proteggere dalle severe leggi contro le donne cortigiane, e poco si sa di questo uomo, e tanto meno del loro matrimonio.

Torna a Roma, ma la sua fama di donna “galante” la perseguita e non le permette di
ottenere fino in fondo il favore del pubblico, il resto lo fanno le malelingue che non esitano a definirla “la cortigiana degli Accademici”.

La morte della madre e della sorella Penelope, la spinge pian piano verso una triste solitudine

Una delle più famose donne d’amore del Rinascimento muore il 14 marzo 1556, e viene sepolta nella chiesa di S.Agostino a Roma, accanto alla mamma e alla sorella .

Era figlia dell'amore e visse sacra all'amore” (C. Téoli, 1864).


[ © LdV ]


XXXIX - AMORE UN TEMPO IN COSI' LENTO FOCO


Amore un tempo in cosí lento foco

arse mia vita, e sí colmo di doglia

struggeasi il cor, che qual altro si voglia

martír fora ver lei dolcezza e gioco.


Poscia sdegno e pietade a poco a poco

spenser la fiamma; ond'io piú ch'altra soglia

libera da sí lunga e fiera voglia

giva lieta cantando in ciascun loco.


Ma il ciel né sazio ancor, lassa, né stanco

de' danni miei, perché sempre sospiri,

mi riconduce a la mia antica sorte:


e con sí acuto spron mi punge il fianco,

ch'io temo sotto i primi empi martiri

cadere, e per men mal bramar la morte.




LV - BEN MI CREDEA FUGGENDO IL MIO BEL SOLE


Ben mi credea fuggendo il mio bel sole

scemar (misera me) l' ardente foco

con cercar chiari rivi, e starne a l' ombra

ne i più fronzuti e solitarii boschi;

ma quanto più lontan luce il suo raggio

tanto più d' or in or cresce ' l mio vampo.


Chi crederebbe mai che questo vampo

crescesse quanto è più lontan dal sole?

E pur il provo, che quel divin raggio

quant' è più lunge più raddoppia il foco: note

nè mi giova abitar fontane o boschi,

ch' al mio mal nulla val, fresco, onda od ombra.


Ma non cercherò più fresco, onda od ombra,

che ' l mio così cocente e fero vampo

non ponno ammorzar punto fonti o boschi;

ma ben seguirò sempre il mio bel sole,

poscia che nuova salamandra in foco

vivo lieta, mercè del divo raggio.




XXXIII- FIAMMA GENTIL CHE DA GL' INTERNI LUMI


Fiamma gentil che da gl' interni lumi

con dolce folgorar in me discendi,

mio intenso affetto lietamente prendi,

com' è usanza a tuoi santi costumi;


poi che con l' alta tue luce m' allumi

e sì soavemente il cor m' accendi,

ch' ardendo lieto vive e lo difendi,

che forza di vil foco nol consumi.


E con la lingua fai che 'l rozo ingegno,

caldo dal caldo tuo, cerchi inalzarsi

per cantar tue virtuti in mille parti;


io spero ancor a l' età tarda farsi

noto che fosti tal, che stil più degno

uopo era, e che mi fu gloria l' amarti. [14]




XLVI - SPIRTO GENTIL, S' AL GIUSTO VOLER MIO


Spirto gentil, s' al giusto voler mio

non è cortese il cielo e amico tanto,

ch' io possa con ragion lodarvi quanto

me fate, e io far voi spero e desio;


dolgomi del mio fato acerbo e rio,

che ciò mi niega, rivolgendo in pianto

il mio già lieto e dilettoso canto,

per cui fan gli occhi miei sì largo rio.


Ma se fortuna mai si mostra amica

a le mie voglie, non dubito ancora

poter cantarvi tal qual mio cor brama,


e far sentir per questa piaggia aprìca

quant' è 'l valor, ch' in voi mio core onora,

piacciavi s' or lo riverisce e ama.




XLI – FELICE SPEME, CH' A TANT' ALTA IMPRESA


Felice speme, ch' a tant' alta impresa

ergi la mente mia, che ad or ad ora

dietro al santo pensier che la innamora,

sen vola al Ciel per contemplare intesa.


De bei disir in gentil foco accesa,

miro ivi lui, ch' ogni bell' alma onora,

e quel ch' è dentro, e quanto appar di fora,

versa in me gioia senz' alcuna offesa.


Dolce, che mi feristi, aurato strale,

dolce, ch' inacerbir mai non potranno

quante amarezze dar puote aspra sorte;


pro mi sia grande ogni più grave danno,

che del mio ardir per aver merto uguale

più degno guiderdon non è che morte.




Tullia è petrarchista convinta, e non può essere altrimenti, visto che Petrarca è nel cinquecento il riferimento per tutti i rimatori, non è la sola cortigiana di questo periodo che si diletta a poetare, anzi si può dire che è in buona compagnia, e quasi tutte le donne poetesse di rilievo di quel periodo sono donne d’amore.

Tra le sue opere, la più famosa, è il “Dialogo della infinità d'amore” (1547), una divertente “conversazione amorosa” che finge d’intrattenere con Benedetto Varchi, uno dei suoi amanti.

L’ opera si innesta in una seguita moda cinquecentesca verso i trattati dialogici sull'amore, facendo emergere però un punto di vista “dalla parte delle donne” (efficace e analitico) che piace in particolar modo al pubblico femminile e colto del Cinquecento.

Alla contessa Eleonora di Toledo, moglie di Cosimo I dei Medici , e sua protettrice, dedica invece la raccolta delle Rime (1547), dove emerge chiaramente una raffinata e sensibile ispirazione petrarchesca.

Questa opera le valse l’esenzione dall’obbligo di indossare il velo giallo prescritto a tutte le cortigiane a Firenze.

Le Rime, sono poesie spesso d’occasione, che rivelano una buona cultura e un garbo civettuolo e ammaliante.

L’uso delle metafore è spesso artificioso e scontato, ma nel contempo la sua raccolta ha una importanza tutt’altro che trascurabile, perché rivela una notevole libertà di espressione, per la prima volta concessa ad una donna.
Tullia_d

Tullia parla con estrema disinvoltura del piacere fisico e delle gioie che è in grado di
procurare all’amante, è raffinata e delicata interprete della poetica dell’eros.

Scrive il Téoli, nella sua prefazione all'edizione delle Rime del 1864: «Volemmo (…) dar un esempio della letteratura e dello stile delle belle italiane del secolo decimosesto. E crediamo che la Tullia farà loro onore per una certa franchezza e disinvoltura, e anche talvolta per una certa saporita fiorentinità, ch'ella attinse per avventura dal suo consorzio coi Fiorentini, e singolarmente col Varchi».

Durante il suo soggiorno a Firenze, reinterpreta in ottave, il Guerin Meschino (1560), con l’intenzione di “dare un poema che niente avesse di lascivo, o di disonesto”, senza però riscuotere una particolare attenzione e successo.


Se la sua fama di cortigiana si manterrà alla spietata legge del tempo, sulla Tullia letterata scenderà ben presto un ingeneroso oblio.

Un oblio tardivamente ma egregiamente infranto nel 1957 da un poeta della straordinarietà di Salvatore Quasimodo che inserisce una poesia di Tullia, "Amore un tempo in così lento foco" (prima delle poesie inserite in questo post) nella raccolta da lui curata, Lirica d’amore italiana.

[ © LdV ]



testo TdA


Se volete conoscere tutte le opere in versione integrale di Tullia potete consultare i seguenti siti:

per il "Dialogo della infinità d'amore"

http://colet.uchicago.edu/cgi-bin/asp/bldr/getobject_?c.22:2./projects/artflb/databases/efts/IWW/fulltext/IMAGE/


per le "Rime"

http://colet.uchicago.edu/cgi-bin/asp/bldr/getobject_?c.23:2./projects/artflb/databases/efts/IWW/fulltext/IMAGE/


per il "Guerin Meschino"

http://colet.uchicago.edu/cgi-bin/asp/bldr/getobject_?c.37:2./projects/artflb/databases/efts/IWW/fulltext/IMAGE/



mercoledì 23 febbraio 2011

Marceline Desbordes-Valmore (1786-1859)

Marceline_Desbordes-Valmore Marceline Desbordes-Valmore nasce a Douai il 20 giugno 1786, piccola città della Fiandra Francese, in una famiglia piccola borghese.

Con la Rivoluzione, arriva la povertà ed inizia l’esodo familiare, la madre la costringe, fin da bambina, a recitare in compagnie itineranti tra disagi e miserie.

Nel tentativo di risanare la situazione finanziaria della famiglia, sua madre decide di andare insieme a Marceline nella Guadalupa, dove risiede un cugino arricchitosi, ma all’arrivo scoprono che il loro parente è stato ucciso a seguito di una rivolta di schiavi. A peggiorare le cose la madre si ammala di febbre gialla e muore.

Marceline rientra in Francia, appena sedicenne, e si dedica alla professione di cantante e attrice (chanteuse), ha una forte sensibilità espressiva e si impadronisce facilmente dei segreti del verso e della rima, studia e impara memoria i classici della letteratura francese, autodidatta, ed inizia a scrivere.

A 22 anni è già conosciuta come poetessa ed ha già pubblicato su diverse riviste.

Passa la sua vita da teatro in teatro, conosce uno scrittore e commediante Henry Latouche, se ne innamora follemente: è un legame tormentato, assente per lunghissimi periodi e la trascura, ma sarà l’amante segreto per 20 anni, avrà anche un figlio, che muore a cinque anni.

Si sposa nel 1817 con Prosper Valmore, attore bello e mediocre, che le darà quattro figli, dei quali tre le moriranno prematuramente.

Ma il suo cuore resterà sempre dominato dal bizzarro Latouche, a cui dedicherà tutte le poesie d’amore sotto il nome di Olivier.

Con il marito istaura un rapporto di solidarietà e di dignità, lui la ama in modo sincero e duraturo.

Malgrado le numerose disavventure, per tutti questi anni Marceline scrive con instancabile passione.

Muore di cancro a Parigi il 23 luglio 1859.


[© LdV]





IL RISVEGLIO



Su questo letto di canne, come posso dormire ancora?

Sento l'aria profumata, scorrere intorno a te.

La tua bocca è un fiore dall’aroma che divora.

avvicinati, tesoro mio, e non ardere altri che me.

Sveglia, svegliati!



Ma questo alito d'amore, questo bacio che io desidero

ancora io non oso prendere dalle tue labbra;

concesso dal tuo cuore raddoppierà la mia vita.

Il tuo sonno si prolunga e tu mi fai morire.

Io non oso prenderlo.



Vieni! Sotto i banani noi troveremo l’ombra.

Gli uccelli canteranno vedendo il nostro amore.

Il sole geloso si nasconde dietro una nuvola.

e solo nei tuoi occhi che io cerco il giorno:

vieni, illumina l’amore.



No, no, tu non dormi più, condividi la mia passione

i tuoi baci sono il miele che ci dona i fiori.

Il tuo cuore ha sospirato, vieni a cercare la mia anima?

ella vaga sulla mia bocca e vuole asciugare le tue lacrime.

Nascondimi sotto i fiori






LE REVEIL (testo originale)

Sur ce lit de roseaux puis-je dormir encore ?

Je sens l'air embaumé courir autour de toi ;

Ta bouche est une fleur dont le parfum dévore :

Approche, ô mon trésor, et ne brûle que moi.

Éveille, éveille-toi !



Mais ce souffle d'amour, ce baiser que j'envie,

Sur tes lèvres encor je n'ose le ravir ;

Accordé par ton coeur, il doublera ma vie.

Ton sommeil se prolonge, et tu me fais mourir :

Je n'ose le ravir.



Viens, sous les bananiers nous trouverons l'ombrage.

Les oiseaux vont chanter en voyant notre amour.

Le soleil est jaloux, il est sous un nuage,

Et c'est dans tes yeux seuls que je cherche le jour :

Viens éclairer l'amour.



Non, non, tu ne dors plus, tu partages ma flamme ;

Tes baisers sont le miel que nous donnent les fleurs.

Ton cœur a soupiré, viens-tu chercher mon âme ?

Elle erre sur ma bouche et veut sécher tes pleurs.

Cache-moi sous des fleurs.









LE ROSE DI SAADI



Volevo portarti delle rose questa mattina

ma ne avevo raccolte così tante nel mio corsetto

che i nodi troppo stretti non hanno potuto contenerle.



I nodi sono esplosi. Le rose sono volate via

nel vento e al mare sono tutte arrivate..

Hanno seguito l’acqua per non tornare più;



l'onda è apparsa rossa, come in fiamme.

Stasera il mio vestito ancora ne è profumato.

Respirane su di me l'odoroso ricordo.






LES ROSES DE SAADI (testo originale)

J'ai voulu ce matin te rapporter des roses ;

Mais j'en avais tant pris dans mes ceintures closes

Que les nœuds trop serrés n'ont pu les contenir.



Les nœuds ont éclaté. Les roses envolées

Dans le vent, à la mer s'en sont toutes allées.

Elles ont suivi l'eau pour ne plus revenir ;



La vague en a paru rouge et comme enflammée.

Ce soir, ma robe encore en est tout embaumée...

Respires-en sur moi l'odorant souvenir.










[GLI AMANTI] SEPARATI



Non scrivere. Sono triste, e vorrei spegnermi

Le belle estati senza di te, sono come una notte senza una luce

Ho richiuso le mie braccia, non possono raggiungerti,

e bussare al mio cuore è come bussare su una tomba.

Non scrivere!



Non scrivere. Impariamo a morire per noi stessi.

Non chiedo che a Dio, che a te, se ti amavo!

Nel profondo della tua assenza, ascoltare che tu mi ami

è comprendere il cielo senza mai salirci.

Non scrivere!



Non scrivere. Ho paura di te, ho paura della mia memoria:

ha conservato la tua voce che spesso mi chiama.

Non mostrare la acque di fonte a chi non la può bere.

Una cara scrittura è un ritratto vivente.

Non scrivere!



Non scrivere quelle dolci parole che non oso più leggere:

sembra che la tua voce le versi sul mio cuore;

che le veda bruciare attraverso il tuo sorriso;

sembra che un bacio le imprima sul mio cuore.

Non scrivere!






LES SEPAREES  (testo originale)

N'écris pas. Je suis triste, et je voudrais m'éteindre.

Les beaux étés sans toi, c'est la nuit sans flambeau.

J'ai refermé mes bras qui ne peuvent t'atteindre,

Et frapper à mon coeur, c'est frapper au tombeau.

N'écris pas !



N'écris pas. N'apprenons qu'à mourir à nous-mêmes.

Ne demande qu'à Dieu... qu'à toi, si je t'aimais !

Au fond de ton absence écouter que tu m'aimes,

C'est entendre le ciel sans y monter jamais.

N'écris pas !



N'écris pas. Je te crains ; j'ai peur de ma mémoire ;

Elle a gardé ta voix qui m'appelle souvent.

Ne montre pas l'eau vive à qui ne peut la boire.

Une chère écriture est un portrait vivant.

N'écris pas !



N'écris pas ces doux mots que je n'ose plus lire :

Il semble que ta voix les répand sur mon coeur ;

Que je les vois brûler à travers ton sourire ;

Il semble qu'un baiser les empreint sur mon coeur.

N'écris pas !










IO NON SO PIU', IO NON VOGLIO PIU'



Io non so più, io non voglio più

Non so più da dove è nata la mia collera;

ha parlato…e le sue colpe sono scomparse.

I suoi occhi imploravano, la sua bocca voleva piacere:

dove sei fuggita mia timida collera?

non lo so più.



Non voglio più guardare ciò che amo

Non appena sorride, tutti i miei pianti svaniscono.

Invano, per forza o per dolcezza suprema,

l’amore e lui, vogliono ancora che io ami;

io non voglio più.



Non so più evitarlo nella sua assenza;

tutti i miei giuramenti sono ormai superflui.

Senza tradirmi, ho sfidato la sua presenza;

ma senza morire sopportare la sua assenza

io non so più.






JE NE SAIS PLUS, JE NE VEUX PLUS (testo originale)

Je ne sais plus d’où naissait ma colère ;

Il a parlé... Ses torts sont disparus.

Ses yeux priaient, sa bouche voulait plaire :

Où fuyais-tu, ma timide colère ?

Je ne sais plus.



Je ne veux plus regarder ce que j’aime.

Dès qu’il sourit, tous mes pleurs sont perdus.

En vain, par force ou par douceur suprême,

L’amour et lui veulent encor que j’aime ;

Je ne veux plus.



Je ne sais plus le fuir en son absence ;

Tous mes serments alors sont superflus.

Sans me trahir, j’ai bravé sa présence ;

Mais sans mourir supporter son absence,

Je ne sais plus !










Marceline Desbordes-Valmore par Michel Martin Drolling (1789-1861Nel 1820 Marceline lascia il palcoscenico come cantante, e nel 1832 anche come attrice, per dedicare il suo tempo completamente alla scrittura.

I soggetti che sceglie sono quelli dei romantici, canta l’amore per i bambini, i poveri, i disabili, i prigionieri politici, ovvero per tutti gli esseri fragili. Scrive anche di spiritualità, scrive sull’amore, sul suo amore, sulla maternità, (in particolare sul suo unico figlio vivente, sulle morti premature, sulla morte dei suoi figli), sulla assenza e sulla morte.


In sostanza ci troviamo di fronte ad una libera pensatrice, colta e sensuale, fiorente ed abissale.

È suo, fra i molti, il significativo e coraggioso aforisma, tratto da una bellissima lettera (Lettre de Femme) “Les femmes, je le sais, ne doivent pas écrire; J'écris pourtant” (so bene che le donne non dovrebbero scrivere; ciononostante, io scrivo)

Pochi hanno saputo scavare così profondamente nei rapporti uomo-donna, analizzare le frustrazioni dell’animo femminile di fronte allo spirito inquieto dell’altro che sa amare, ma è attratto da altre cose, da avventure, da viaggi.

 Marceline, oltre alle poesie, ha scritto anche racconti, romanzi e molte lettere, ed è stata un riferimento espressivo per grandi autori francesi, come Hugo, Rimbaud, Mallarmé.

Honoré de Balzac, apprezzava con convinzione il suo talento e la spontaneità dei suoi versi.

E’ considerata la poetessa che ha influito l'evoluzione della scrittura di Paul Verlaine, il quale dichiara: « Proclamiamo ad alta e intelligibile voce che Marceline Desbordes-Valmore è senz'altro […] la sola donna di genio e di talento di questo secolo e di tutti i secoli […]»

È l’unica donna inclusa nella celebre antologia di Verlaine “I poeti maledetti”. Particolarmente stimata da Charles Baudelaire, che parla di lei come la perfetta incarnazione della donna, afferma: « Mme Desbordes-Valmore fu donna, fu sempre donna e non fu nient'altro che donna; ma ebbe un grado straordinario di espressione poetica intrisa di tutte le bellezze naturali della donna.»

Ha inventato il verso libero, è stata la prima ad utilizzare il verso dispari e ad occuparsi della musicalità della parola, e a fare uso della figura retorica della sinestesia.

Il fatto di essere donna, e di essere presa poco su serio, le ha permesso di essere più coraggiosa, più audace, di tentare nuovi modi di poetare, insomma di sperimentare.

Tutti i letterati di Francia erano rimasti incantati da lei, per il fatto che incarnava, come pochi, lo spirito del tempo, cioè il tramonto del Romanticismo, ed i primi bagliori del Simbolismo, la chiamavano “maestro” e la osannavano, cosa questa che non le ha però permesso negli anni seguenti, di trovare il giusto o un minimo spazio nelle antologie.

Probabilmente perché era soltanto una donna.

[ © LdV ]









marceline%20desbordes-valmore%20%E0%20douaiLe sue prime pubblicazioni:

1819 Élégies (raccolta di poesie) e Romanzi

1825 Élégies(raccolta di poesie) e Novelle in versi

1830 Poésies inédites.

1833 Les Pleurs, “L’Atelier d’un peintre”, “Scènes de la vie privée” (una commedia autobiografica)

1839 Pauvres fleurs.

1840 Racconti in prosa per ragazzi

1842 Racconti in versi per ragazzi.

1843 Bouquets et prières,.

1855 Jeunes Têtes et Jeunes Cœurs

1860 Una raccolta postuma delle sue Poesie pubblicate da Auguste Lacaussade.










[©traduzioneLdV] le traduzioni  dalla lingua originale francese delle tre poesie di Marceline Desbordes-Valmore sono state curate da LdV (Lorenzo de Vanne) in collaborazione di ALS (Anna Luna Sofi).





Se volete, potete consultare il sito ufficiale dedicato a Marceline Desbordes-Valmore:

http://www.desbordes-valmore.net/





Oppure leggere in lingua originale i numerosi testi che ha scritto durante la sua travagliata vita:

http://fr.wikisource.org/wiki/Cat%C3%A9gorie:Marceline_Desbordes-Valmore



http://poesie.webnet.fr/lesgrandsclassiques/poemes/marceline_desbordes_valmore/index.html



http://italiano.agonia.net/index.php/author/0016532/index.html#bio





o se volete ascoltare delle audio-poesia di Marceline:

http://www.litteratureaudio.com/livre-audio-gratuit-mp3/marceline-desbordes-valmore-poesies.html




(prima di avviare, ricordarsi di stoppare la musica di fondo del blog posto sulla colonna di destra)





Un famoso cantante francese dei nostri tempi, Julien Clerc ha scritto la musica sulle parole di una poesia di Marceline, "Les séparés" (testo pubblicato in questo post). Nel video, qui proposto, la canzone è cantata dallo stesso Julien Clerc in duo con Isabelle Boulay.









La stessa canzone precedente è qui invece cantata da un altro importante cantante francese Benjamin Biolay.









Sulle parole della poesia "Le roses de Saadi" (testo pubblicato in questo post)  Franklin Hamon ha musicato e cantato questa bella canzone. 



giovedì 10 febbraio 2011

Sor Juana Inés de la Cruz (1648?-1695)


57suor-juana_01Juana Inés de la Cruz nasce come Juana de Asbaje y Ramírez de Santillana a San Miguel de Nepantla (Messico) il 12 novembre 1648 (per altri nel 1651), figlia illegittima di madre creola e padre basco.


Tutta la sua vita, è caratterizzata da una straordinaria passione per il sapere: fin da piccolissima sfoglia i libri della biblioteca del nonno paterno, a tre anni impara di nascosto a leggere e scrivere, a sette anni compone un inno sulla Comunione.

L’inquietudine di Juana convince la madre, e va vivere presso dei parenti a Città del Messico, qui la fanciulla cresce graziosa ed estremamente intelligente, si lascia guidare nell’apprendimento solo dalla propria curiosità e dal proprio intelletto.

Impara velocemente, la sua cultura, enciclopedica, è vastissima, conosce quattro lingue, nonché la matematica, la filosofia e la teologia.

Juana diventa talmente celebre per la sua sapienza, per la sua capacità di scrivere poesie, teatro e altro, che viene ricevuta a corte nel 1664 e accolta tra principesse e nobili, sotto la stima e l’affetto di Leonor Carreto, moglie del Vicerè, diventando sua dama d’onore con il titolo di "amatissima".

Istaura con Leonor (Laura nelle sue poesia) un rapporto speciale, musa, amica e compagna di emozioni.

Ma nel 1667, Juana abbandona improvvisamente la Corte ed entra in convento.

Una decisione ancora oggi misteriosa, si tratta probabilmente di una decisione pratica, basata sulla valutazione delle opportunità che la sua condizione di donna e di illegittima le si prospettano a quell’epoca in Messico, anche considerando il fatto che avrebbe perduto entro qualche anno la vicinanza e la protezione di Eleonor, di ritorno in patria, per fine mandato del marito come Vicerè.

Juana è bella, disinvolta nella sua breve giovinezza laica, miete successi nei saloni delle feste del Vicerè. È misteriosa e un po’ fredda, riflessiva e capace di grandi sacrifici, come quello di rinchiudersi in un convento di clausura senza avere la minima vocazione, ma solo perché questa è l’unica strada possibile affinché una come lei possa ricevere un’educazione e avere una vita intellettuale. Ed è anche, una donna molto femminile che sa sedurre e lodare il prossimo visto che, grazie a queste capacità, riesce ad ottenere simpatia e sostegno.

Pronuncia i voti il 21 febbraio 1669 ed entra nell’ordine di san Girolamo, che nonostante i voti di povertà, permette alle suore di possedere beni personali, gioielli e, come nel caso di Juana, libri.
429px-Sor_Juana_by_Miguel_Cabrera

La sua cella diviene la biblioteca più ricca (circa diecimila libri) di tutto il Messico, piena anche di strumenti musicali e scientifici, dove riceve i più importanti letterati e studiosi dell’epoca.

Nel 1680 arriva a Città del Messico il nuovo Viceré, assieme alla moglie María Luisa Manrique de Lara, contessa di Paredes, donna colta e molto affascinante.

L’incontro fra Marìa Luisa e Juana è subito simpatia ed ammirazione reciproca; la loro relazione diviene ben presto un’amicizia molto particolare, una reciproca devozione.

La contessa è una donna straordinaria che lega subito con Juana, la va a trovare in cella e discute con lei di tutto.

L’affetto di Suor Juana per Maria Luisa (celebrata con i nomi di Lysi e Filis), a giudicare dal tono delle composizioni che le indirizza, si trasforma rapidamente in un sentimento particolare che può solo essere definito come una intensa amicizia amorosa, corrisposta con pari eccessi, effusioni e passione.

È un legame molto speciale.

Maria Luisa diviene inoltre, di fatto, una protezione importante da chi la vuole riprendere per i suoi comportanti poco formali.

E quando Maria Luisa torna in Spagna, si trova sola a fronteggiare un temibile nemico, l’arcivescovo di Città del Messico, Francisco Aguiar y Seijas, che ha un particolare disprezzo per il sesso femminile, e che ritiene un affronto il fatto che una donna sia riconosciuta come intellettuale, e intollerabile che una monaca scriva canzoni per balli, versi d’amore e testi di teatro che non hanno nulla di "sacro".

Il vescovo finisce per proibirle di studiare e scrivere, lei accenna all’inizio una qualche resistenza ma poi cede forse per sfuggire alla possibile accusa di disobbedienza, e quella, ben più
temibile, di eresia, consegnando al vescovo ogni suo bene, libri, strumenti scientifici, e strumenti musicali, dopo aver scritto una bellissima lettera al suo accusatore, difendendo il diritto delle donne a studiare e scrivere esattamente come gli uomini.

Ridotta al silenzio, Juana si avvia quasi consapevolmente verso la fine.

Ella muore infatti di peste nel 1695, il 17 aprile , dopo essersi prodigata nelle cure alle altre monache colpite dal morbo.






L'INGRATO CHE MI LASCIA, CERCO AMANTE



L’ingrato che mi lascia, cerco amante;

l’amante che mi segue, lascio ingrata;

costante adoro chi il mio amor maltratta;

maltratto chi il mio amor cerca costante.

Chi tratto con amor, per me é diamante,

e son diamante a chi in amor mi tratta;

voglio veder trionfante chi mi uccide,

e uccido chi mi vuol veder trionfante.

Soffre il mio desiderio, se a uno cedo;

se l’altro imploro, il mio puntiglio oltraggio:

in ambo i modi infelice io mi vedo.

Ma per mio buon profitto ognor mi ingaggio

a esser, di chi non amo, schivo arredo,

e mai, di chi non mi ama, vile ostaggio.




(versione in lingua spagnola)

Al que ingrato me deja, busco amante;

al que amante me sigue, dejo ingrata;

constante adoro a quien mi amor maltrata;

maltrato a quien mi amor busca constante.

Al que trato de amor, hallo diamante,

y soy diamante al que de amor me trata;

triunfante quiero ver al que me mata,

y mato al que me quiere ver triunfante.

Si a éste pago, padece mi deseo;

si ruego a aquél, mi pundonor enojo:

de entrambos modos infeliz me veo.

Pero yo, por mejor partido, escojo

de quien no quiero, ser violento empleo,

que, de quien no me quiere, vil despojo.










A FILIS

(poesia dedicata a Maria Luisa, che lei chiamava Filis)



Come te, Filis, io ti amo;

ché i tuoi meriti vedendo,

questo è l'unico tuo elogio.

Esser donna e starti assente

non impediscon di amarti;

le anime, tu ben lo sai,

distanza ignorano e sesso.

E l'ordine naturale

iene osservato in sue leggi

solo da beltà comuni,

secondo il comune ossequio.

Non quella tua, ché godendo

imperiali privilegi,

nascesti prodigio bello

con esenzioni regali:

la cui mano poderosa,

il cui sforzo necessario,

per le anime dominare

impugnò lo scettro bello.

Accogli un'anima arresa

la cui vigilia studiosa

vorrebbe moltiplicarla

sol per crescere il tuo impero.

Ben so che non è favore

darti quel che è di diritto

tuo; ma se mia io la chiamo

è per dartela di nuovo.

E' destrezza del mio amore

negarti, talvolta, il feudo,

perché, in lotta, tu raddoppi

i trionfi, se non i regni.

Oh, chi può mai consegnarti,

non le ricchezze di Creso,

ché materiali tesori

sono indegni di tal sire;

bensì ogni anima affrancata,

ogni petto più arrogante,

che, di conoscerti forti,

dal tuo giogo sono esenti!

Volle provvido l'amore,

il danno evitar discreto,

che di cenere i tuoi occhi

riempian tutto l'universo.

Ma è libertà sventurata

quella di chi ignora, stolto,

delle tue malie divine

il veleno salutare!

I tuoi miracoli han reso,

l'ordine contravvenendo,

il dolor grato e soave

e glorioso ogni tormento.

E se un filosofo, solo

vedendo il sire di Delo,

del travaglio della vita

si dava per soddisfatto,

io con assai più ragione

pagherei tua dolce vista

non con l'ansia di una vita,

ma col prezzo di una morte!

Se credito non mi dai,

dallo ai tuoi meriti almeno,

ché, se esamini la causa,

tu devi trovar l'effetto.

Potrò mai cessar di amarti,

se sì divina ti vedo?

C'è causa che non produce?

C'è potenza senza oggetto?

Poiché tu sei il più leggiadro,

grande, sovrumano eccesso

che abbia visto in cerchi tanti

il verde girar del tempo,

perché il mio amor ti vide?

Perché la mia fede ti offro,

quando ogni dote tua è

firma di mia prigionia?

Volgi su te stessa gli occhi

e troverai, in te e in loro,

che è possibile l'amore

e necessaria l'arresa,

mentre intanto ogni pensiero,

a contemplarti occupato,

che io vivo assicura, solo

sapendo che per te muoio.








A LYSI

(posia dedicata a Maria Luisa, che lei chiamava anche Lysi)



Quando l'amore tentò

di fare tue le mie spoglie,

Lysi, e la luce mi levò,

diede all'anima quegli occhi

che dal corpo mio sottrasse.

Diede a me, perchè potessi

con più attenzione adorarti,

occhi con cui contemplarti;

e così ebbi miglior vista,

pur se mi accecò il guardarti.

E prima questi occhi in me

erano intralci penosi:

non avendoti per sè

è chiaro che erano oziosi

non potendo veder te.

Accecarsi, a mio vedere,

fu una grande provvidenza

poichè non potevo averti:

a chi più luce non ha,

che importa vedere o no?

Ma è una gloria così rara

quella che ho nell'adorarti,

che, se pure mi uccidesse,

porrebbe fine la gioia

a quel che il dolor non seppe.

Ma che importa se la palma

mi sottraggono, violenti,

in questa amorosa calma,

non del mio corpo i tormenti,

ma dell'anima i diletti?

Così avrò nella violenta

condanna di non vederti,

a sollievo del tormento,

sempre il mio pensiero in te,

sempre te nel mio pensiero.

Qui nell'anima vedrò

il centro dei miei affetti

con gli occhi della mia fede:

chè piaceri immaginati,

anche un cieco può vederli.



Dono in cui l'affetto fa omaggio di semplicità

Lysi, alle tue belle mani

dono castagne spinose,

perchè dove abbondan rose

non posson mancare spine.

Se tendi alla loro asprezza

e con questo il gusto inganni,

perdona la rustichezza

di chi te le regalò;

perdona, ché questo riccio

solo può donar castagne.








Grandissima scrittrice e poetessa messicana, Juana è prima di tutto una donna.

Uno spirito libero che turbò il Messico spagnolo della Controriforma e dell'Inquisizione. Una donna che per amor dello studio, della filosofia e della scienza, scossa da un'indomabile sete di conoscenza scelse di farsi suora.

Da molti considerata la poetessa più importante, la più emblematica fra tutte le scrittrici latino-americane, visse per la sua libertà, per la sua autonomia, per il suo amore al di là di ogni regola.

Poesie, opere teatrali, canti liturgici, saggi mistici e filosofici, è la nutrita produzione di questa donna di poesia.

Vissuta nel 1600, risente della letteratura barocca spagnola, ormai all’epilogo, e per l’uso che fa dell’allegoria, la si può definire una allegorica, una pre-illuminista.

La sua produzione letteraria mostra una bellezza strutturale evidente, dietro la ricchezza verbale e l’audacia della retorica, è presente una solida architettura concettuale costituita di idee filosofiche, teologiche e di mitologia greca e romana.

Tutti i suoi scritti sono impregnanti di elegante sensualità.

La conoscenza erotica rivelata dalle poesie e dalle commedie di suor Juana è qualcosa di raffinato di sentito di esperienziale, è poesia dei sensi, i cui versi sono i più soavi e delicati versi che sono usciti dalla penna di una donna.

Tutte la sue poesie sono raccolte in tre volumi dal titolo “Inundacion castalida de la unica poetisa, musa decima”.

La sua produzione letteraria comprende opere di teatro, le cui più significative sono “Los empenos de una casa” e “Amor”e rappresentazioni cantate per la liturgia, delle quali la più nota è “El Divino Narciso”.

Scrive inoltre opere in prosa in forma di lettere mistiche, delle quali la più famosa “Respuesta a la muy ilustre Sor Filotea de Cruz” a difesa delle accuse del vescovo Vieyra, e poemi in cui risalta la sua piena libertà di vedute e di idee come in “Redondillas” nel quale difese i diritti delle donne, o come in “Hombres cecio” nel quale invece critica l’eccesso di sessismo dell’epoca.

Scrive l’ultima opera pochi mesi prima della morte“Yo, la Peor de Todas” ovvero “Io la peggiore di tutte”, è una richiesta di perdono alle consorelle.


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(le poesie tradotte in italiano sono state tratte da: "Juana Inés de la Cruz - Versi d'amore e di circostanza, a cura di Angelo Morino, Einaudi Editore)









"Hombres necios" di Sor Juana recitata in lingua originale.











Da un testo di Sor Juana, e musica di Alfredo Sanchez



domenica 30 gennaio 2011

Isabella Morra (1520-1546)


post bronzoisabella300Isabella Morra (1520-1546), nata a Favale (l’odierna Valsinni) vicino Matera da famiglia nobile, condusse una vita infelice e inquieta nel castello di famiglia, una severa rocca sulla valle del Siri (oggi Sinni), sognando la corte francese nella quale viveva il padre, costretto ad emigrare per aver parteggiato con gli sconfitti francesi contro i spagnoli.

Sola, fin da quando aveva otto anni, in quel maniero sinistro, sotto la tutela dei fratelli rozzi e selvatici che la detestavano, ebbe come unico conforto la lettura dei classici, la composizione di poesie, ed il fantasticare.

Un canonico, suo precettore, per alleviare questa profonda solitudine, favorì la conoscenza e la corrispondenza tra Isabella e il cavaliere e poeta spagnolo Diego Sandoval de Castro, marito dell’amica Caracciolo, stabilitosi nelle vicinanze, tra l’altro amico dell’imperatore spagnolo Carlo V, e quindi nemico dei Morra.

Isabella aveva ventitre anni quando tra loro cominciò una fitta corrispondenza letteraria

Non si sa se i rapporti tra i due rimasero platonici oppure si concretizzarono in una relazione passionale, ma la gente cominciò a mormorare, e le dicerie giunsero alle orecchie dei fratelli di Isabella, che associando motivi di "onore" a quelli politici, attuarono una sanguinosa vendetta, uccisero prima il precettore di Isabella, poi la stessa Isabella e, qualche tempo dopo il poeta Diego.



Secoli dopo, nel 1928 il filosofo abruzzese Benedetto Croce, si interessò della vicenda e pubblicò il saggio

"Storia di Isabella Morra e Diego Sandoval De Castro", che di fatto riportò alla luce la storia e la poetica della sfortunata poetessa.

Croce fece effettuare scavi alla ricerca delle spoglie della giovane donna, in particolar modo sotto la chiesa, ai piedi del castello, senza ottenere risultati, tanto che ancora oggi non si conosce dove sia ubicato il corpo d’ Isabella, alimentando fantasie e miti, come quello del fantasma della poetessa, che non avendo ricevuto degna sepoltura, vaghi ancora per le stanze del castello.




 



Canto II



D’un alto monte onde si scorge il mare

miro sovente io, tua figlia Isabella,

s’alcun legno spalmato in quello appare,

che di te, padre, a me doni novella.



Ma la mia adversa e dispietata stella

non vuol ch'alcun conforto possa entrare

nel tristo cor, ma, di pietà rubella,

la calda speme in pianto fa mutare.



 Ch’io non veggo nel mar remo né vela

(così deserto è l infelice lito)

che l’onde fenda o che la gonfi il vento.



Contra Fortuna alor spargo querela,

cd ho in odio il denigrato sito,

come sola cagion del mio tormento.







Canto VII



Ecco ch’un’altra volta, o valle inferna,

o fiume alpestre, o ruinati sassi,

o ignudi spirti di virtute e cassi,

udrete il pianto e la mia doglia eterna.



Ogni monte udirammi, ogni caverna,

ovunq’io arresti, ovunqu’io mova i passi;

chè Fortuna, che mai salda non stassi,

cresce ogn’or il mio male, ogn’or l’eterna.



Deh, mentre chì’io mi lagno e giorno e notte,

o fere. o sassi, o orride ruine,

o selve incolte, o solitarie grotte,



ulule, e voi del mal nostro indovine,

piangete meco a voci alte interrotte

il mio più d’altro miserando fine.






Restano di lei poche liriche, appena tredici (dieci sonetti e tre canzoni), ma sono in esse alcuni tra gli accenni più vivi della poesia del cinquecento, ma, anche se seguono la tradizione petrarchista, e si distinguono per l’eleganza formale, sono intrise della sua drammatica esistenza.

Esse testimoniano oltre alla raffinatissima cultura, un’indole appassionata e melanconica, che ricordano le liriche del Leopardi, nel forte e sempre intenso riflesso dei propri stati d’animo in aspetti consimili del paesaggio.

In esse si ritrovano i temi della solitudine e dell’isolamento, della angosciosa attesa di suo padre, del desiderio di evasione, ogni angolo della sua terra, osservata dall’alto della sua rocca, diventa elemento su cui sfogare tutto questa inquietudine.

E la fortuna spesso invocata e poi dileggiata, si ritrova spesso nelle sue liriche, nella consapevolezza di questa condizione ingiusta e senza speranza.

Isabella appartiene al gruppo delle poetesse, così dette “rimatrici”, del Cinquecento, di imitazione petrarchesca, secondo il concetto critico espresso dal Bembo, che voleva ricondurre la lirica alla pura imitazione del Petrarca, per quanto attiene la purezza della lingua italiana e alla struttura classica del sonetto, della canzone e della sestina.

La tragicità dei rilievi e la potenza rappresentativa delle immagini ci fa riconoscere in Isabella Morra e nel suo minuto canzoniere, intuitivamente riscoperto e rivalutato da Benedetto Croce, una testimonianza di Poesia “senza tempo”.



castelloIsabella400





Ringrazio l' amica m0rgause che mi ha “acceso” la memoria su questa poetessa, permettendomi di riprendere la sua storia e la sua poetica, e sintetizzarla in questo post.

C
olgo l’occasione per invitare le amiche e gli amici ospiti a consultare e leggere l’interessante lavoro fatto tempo fa dalla stessa m0rgause su Isabella, presso il suo blog:

http://stregam0rgause.splinder.com/post/18257000/isabella-morra-misconosciuta-poetessa-del-500-italiano


 







Se volete leggere ed ascoltare alcune poesie di Isabella, potete farlo presso qusto sito:

http://www.poetilucani.it/template.jsp?pagina=poePoesie&poeId=25





e se volete approfondire l'analisi della sua poetica, potete consultare i documenti presso questo sito:

http://www.poetilucani.it/template.jsp?pagina=poeSchedaCritica&poeId=25&criId=24


 





Testo letto da Dino Becagli e musica di Rocco De Rosa.Nelle foto il fiume Sinni, chiamato Siri al tempo di Isabella.





 



 



Testo letto da Dino Becagli,e musica di Rocco De Rosa,"I fieri assalti di crudel fortuna..."

 




sabato 22 gennaio 2011

Contessa di Dia (1140 - 1180?)


Beatriz_de_Dia_-_BN_MS12473La Contessa di Dia, figura misteriosa, una delle più note “trobaritz” della letteratura cortese sviluppatosi in Provenza nel XI-XII secolo, nasce presumibilmente nel 1140 a Die (Alta Provenza) con il nome di Beatritz (Beatrix).

Una bella e colta signora, moglie presumibilmente di Guglielmo II di Poitiers, conte di Valentinos che regnò tra il 1146 ed 1173, e fortemente legata con il “troubadours” Raimbaut d’Aurenga, e innamorata e amante   di Rimbaud d'Orange a cui dedicò le poesie d’amore. Non conosciamo quando e dove morì, ma nonostante la presunta breve vita, anche se la sua produzione pervenutaci è scarsa, è riconosciuta una figura importante della letteratura provenzale (lingua d’oc) per la sua capacità di aver dato alla poesia troborica sensibilità esistenziale ed erotica.




 





IL CUORE MI DUOLE PER UNA GRANDE PENA 



Il cuore mi duole per una grande pena

per un cavaliere che ho perduto 

e che questo sia risaputo, ora e sempre

che l’ho soddisfatto oltre la morte e la follia. 

Ora sono  da  lui  tradita,

come se il mio amore non fosse  abbastanza 

anche se l’ho appagato giorno e notte

a letto, e tutta vestita.



Il mio cavaliere, io lo vorrei

tenere  una sera tra le mie  braccia nude,

per bearlo e  appagarlo

gli farei da cuscino,

perché di lui sono molto infatuata 

più di quanto lo fosse Florio di Biancofiore:

io gli concedo il mio cuore e il mio amore,

la mia mente, i miei occhi, e la mia vita.



Mio bell’amico, valoroso e dolce,

quando sarete in mio potere

distesi uno accanto all’altro sul letto

a diposizione dei miei baci amorosi,

colma di grande gioia

vi terrei al posto di mio marito

cosi che non potrete rifiutarvi 

di far tutto ciò che io desidero.




[traduzione di LdV con la collaborazione di ALS]










 UN GRAN PENA LO COR ME DOL

(versione originale in lingua occitana)



En grand pena lo còr me dòl

per un cavalièr qu'ai perdut.

En tot temps aquò sià sauput

que l'ai contentat mòrt et fòl.

Ara per el soi traïda.

Tant d'amor es pas pro d'amor

quand l'ai contentat nuèit e jorn,

Al  lèit e tota vestida.



Mon cavalièr, ieu lo voldriá

téner un ser dins mos braces nuds

e que se'n tròbe el tresperdut,

de sol coissin li servirià.

Car d'el soi mai afolida

qu'èra de Floris Blancafor

li autregi mon còr e m'amor,

mon èime, mos uelhs, ma vida.



Bèl amic, avenent e doç,

quora seretz a mon poder

e colcats los dos tot planièr

a pòrt de mon bais amorós,

de grand gaug ieu comolada

vos tendrai en lòc de marit

tant que vos seretz pas desdit

de far çò que m'agrada.


 


Nei versi di Beatrice di Dia, a dispetto del contesto storico e sociale in cui viveva (siamo in pieno Medio Evo e in un ambiente nobile e raffinato),  si trova un linguaggio spregiudicato, coraggioso, diretto, poiché l’amore di cui parla, non è l’amore coniugale ne quello riconosciuto in qui tempi, ovvero finalizzato al matrimonio, alla fedeltà, alla sacralità dell’unione coniugale.

Non ci si trova quindi l’idealizzazione del sentimento, non sublimando il pathos e non idealizzando la persona amata ma quello invece del desiderio, del desiderio ardente della vicinanza, del contatto,  con una schiettezza e realismo senza veli.

In questa poesia la donna dichiara apertamente all’uomo il suo desiderio.

La richiesta è ardita, coraggiosa, e insieme pudica, perché sogna e desidera la sua disponibilità assoluta, la sua nudità, la sua accoglienza, la sua vicinanza.

Il mondo di Beatrice di Dia è quello dell’amor cortese, che cerca sempre di esprimersi apertamente, o con metafore non nascoste la carnalità dell’amore e la sacralità del piacere.

L’eros della poesia provenzale è tutt’altro che elementare, è un tentativo di sdrammatizzazione e  nel contempo è un tentativo di riconoscimento del ruolo della donna perno della sensualità e della magia dell’incontro passionale.

Nasce come un'esperienza ambivalente fondata sulla compresenza di desiderio erotico e tensione spirituale.

Tale ambivalenza è detta “mezura”, cioè la "misura", la giusta distanza tra sofferenza e piacere, tra angoscia ed esaltazione.

Per questo motivo il concetto di amor cortese non può trovare ispirazione e realizzazione dentro il matrimonio, è esso adultero per definizione.

Esso è desiderio fisico, esclusivo e sacro: è la passione, è magica lussuria.



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A.a) Prologo


Frequentando da qualche anno nel web, siti e blog di poesia, ho avuto l’opportunità di rilevare, con mio compiacimento, una presenza significativa di poesie scritte da donne.

Questa constatazione è stata però contrastata ben presto da una altra scoperta: se oggi la presenza della donna poetessa è importante, nel passato invece questa presenza è veramente marginale.

La donna nel passato è presente principalmente come musa ispiratrice, guida emozionale, e raramente artefice della poesia stessa, e più ci si inoltra nei tempi e più si osserva l’amplificarsi di questa mancanza, e la differenza con la produzione maschile è notevole.

Nei secoli che precedono il nostro la proporzione e forse anche meno dell’uno per cento.

Se consulto le varie antologie poetiche, in particolare quelle didattiche noto che questa proporzione è sempre al di sotto del cinque per cento.

È chiaro che non è una faccenda di scarsa sensibilità o meno propensione verso lo strumento della poesia per esprimere i propri stati animi, e le proprie emozioni.

La donna purtroppo per millenni è stata relegata ad un ruolo esclusivo per la famiglia, e non ha avuto accesso agli studi, ne riconosciuto la possibilità di fare poesia.

Era una attività quasi sempre segreta ostacolata da impedimenti di ogni genere, e in ogni modo raramente vennero però prese sul serio.

Quando ci riuscivano, le pochissime, si rivelavano non solo ricche di cose da dire ma anche singolarmente abili dal punto di vista tecnico, e ci riuscivano, in virtù di doti veramente straordinarie, a parentesi storiche e sociali, e circostanze eccezionalmente fortunate.

È chiaro che si riproduce anche nell’arte e nella scrittura la situazione della condizione femminile nella società.

Tutto ciò fortunatamente nell’ultimo secolo è venuto meno e la donna ha potuto intraprendere con maggiore liberta e quindi convinzione l’attività del poetare.

Ma il danno è stato perpetuato.

Ho quindi voluto intraprendere questo viaggio molto particolare, e affascinante, lungo la dorsale dei secoli, e dei millenni, alla ricerca di quelle voci femminili che, coraggiose, spesso irriverenti e ribelli, hanno lasciato tramite la poesia, le proprie emozioni, le proprie impressioni.

Ho scoperto figure femminili affascinanti, di sottile ingegno, che hanno saputo donare, in situazioni estremamente disagevoli,  quel loro senso di interpretare la scrittura come mezzo di espiazione, e di comunicazione.

Un mondo incredibilmente sconosciuto, o meglio taciuto, oscurato, fatto di storie, di sospiri, di vita e di morte, di piacere e dolore, di lacrime e di sorrisi.

E questa mancanza ha provocato in me un bisogno di scoprire questi altari velati, queste porte chiuse ed impolverate, il bisogno di rievocare questo mondo fatto di bisbigli in un blog, in un luogo dove poter ridare vita a parole perdute tra pagine ingiallite di libri dimenticati, e condividere con voi, amici ospiti e lettori di passaggio, le mie ricerche, tracciando un percorso senza tempo e senza spazio, di esperienze poetiche: una antologia di donne di poesia, dagli albori della storia all’inizio del XX° secolo.


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(immagine presa dal web)